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Arcidonna News Le donne italiane aspirano a oltre due figli, ma dopo il primo si fermano
Le donne italiane aspirano a oltre due figli, ma dopo il primo si fermano Print E-mail
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Lo rivela l'indagine dell'Istat ESSERE MADRI IN ITALIA - ANNO 2005. Le maggiori difficolta? lavoro, organizzazione, economia.

L'Italia "ha uno dei livelli più bassi di fecondità osservato nei Paesi sviluppati", ma non è la voglia di aver figli a far difetto alle donne italiane. Nell'indagine Essere madri in Italia - Anno 2005, l'Istat rileva che il numero 'atteso' di figli è di 2,19; ma poi il numero effettivo è stato nel 2005 di 1,33. Tra le ragioni principali della discrepanza la "soddisfazione per aver raggiunto la dimensione familiare desiderata", seguita però dai "motivi economici", motivazione percentualmente in aumento rispetto alle indagini precedenti. In definitiva, spiega l'Istat, "le donne italiane mostrano una elevata propensione a diventare madri", ma poi quest'aspirazione si scontra con le difficoltà pratiche. Anche se la media attuale è comunque leggermente superiore al minimo storico di 1,19 registrata nel 1995.

Le ragioni per non fare secondi o terzi figli. Per l'indagine l'Istat ha intervistato 50.000 donne che hanno avuto un figlio nel 2003, e le ha raggiunte a distanza di 18-21 mesi dalla nascita del figlio (dunque nel 2005). Tra queste, quelle che non intendono avere un altro figlio sono il 40 per cento, in leggero aumento rispetto al 37 per cento del 2002. Le ragioni indicate sono (a parte quelle già citate): motivi di età, motivi di lavoro, preoccupazioni per i figli, motivi di salute, fatica per gravidanza e cura dei figli. Molte riferiscono in generale che "avere ulteriori figli non lascerebbe tempo per altre cose importanti della vita". Dopo la nascita del figlio, in definitiva, l'impatto con le difficoltà quotidiane (lavoro, organizzazione dell'accudimento del bambino) "si traduce in una rinuncia ad avere ulteriori figli".

Quadruplicate le madri laureate. Anche perché i tempi dello studio, di livello più elevato, e dell'inserimento nel mondo del lavoro, spostano di molto l'età nella quale si mette al mondo il primo figlio, che attualmente è di 29 anni. Dunque le madri pensano innanzitutto a studiare: quelle con diploma di scuola media superiore sono passate dal 19 per cento del 1980 al 30 per cento del 1990 fino a superare il 54 per cento nel 2003. Nello stesso tempo le laureate sono quadruplicate passando dal 4 al 16 per cento. Inoltre il 63 per cento delle donne divenute madri nel 2003 aveva un lavoro o lo stava cercando, percentuale ben più alta del 57 per cento del 2000/2001. Il 78,2 per cento delle madri ha un contratto a tempo indeterminato.

Il primo figlio dopo la laurea e 'la sistemazione' lavorativa. Solo il 54 per cento delle madri lavora "per contribuire al bilancio familiare"; il 21 per cento lo fa per gratificazione personale, e il 18,8 per cento "per sentirsi indipendente". Ecco perché in tante posticipano la nascita del primo figlio al momento in cui si sono completati gli studi e si è trovato lavoro: a 30 anni infatti solo il 56,8 per cento delle madri con un più alto livello di istruzione ha avuto il primo figlio, contro il 69,8 per cento delle altre.

Però molte dopo la nascita del figlio perdono il lavoro. Posticipare la nascita del primo figlio però non evita difficoltà sul lavoro. Il 18,4 per cento delle madri occupate all'inizio della gravidanza al momento dell'intervista aveva lasciato il lavoro; il 5,6 per cento per licenziamento, le altre volontariamente. Il rischio di perdere il lavoro dopo la nascita di un figlio è più elevata al Sud e tra le madri che hanno al massimo la licenza media.

Le diffficoltà di chi continua a lavorare. Per il 72,5 per cento di madri che continuano a lavorare, le difficoltà sono tante. Molte fanno ricorso al part-time (c'è stato un incremento di tre punti riseptto al 2002); quasi tutte ricorrono all'astensione facoltativa dal lavoro e ai congedi parentali (con una differenza tra Nord e Sud, 80 contro 62,7 per cento). Al Sud si rientra infatti prima al lavoro, soprattutto "per esigenze economiche". Ai congedi parentali fanno ricorso le madri in misura massiccia, i padri molto ridotto (l'8 per cento).

Chi si occupa dei bambini. I nonni continuano a contare ancora molto nella cura dei bambini: a occuparsi dei nipotini della fascia di età 1-2 anni sono infatti loro nel 52,3 per cento dei casi. Solo il 13,5 per cento frequenta un asilo pubblico, il 14,3 per cento uno privato, il 9,2 per cento è affidato a una baby sitter e del 7,3 per cento si occupano i genitori. Tuttavia il 28,3 per cento delle madri che non si avvalgono di un asilo nido lo avrebbe fatto se avesse trovato posto, o se il costo della retta non fosse stato così elevato.

Chi si occupa della casa. Il 63 per cento delle madri occupate dichiara di non ricevere alcun aiuto per i lavori in casa; tra quelle che lo ricevono, il 52 per cento ha una collaboratrice domestica, il 25 per cento viene aiutata dai nonni e il 17 per cento dal partner.

da La Repubblica - 18/01/07

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